Coscienza e inconscio

Come dimostrano gli studi di Panksepp, «ci sono ragioni di credere che l’esperienza affettiva possa riflettere una più primitiva forma di coscienza». Pertanto è bene specificare che «il termine coscienza si riferisce agli stati del cervello […] ed è visto come un processo a più livelli che ha bisogno di essere considerato in termini evoluzionistici, con diversi stati di emergenza» (J. Panksepp, 2005, p. 3).
Come Panksepp sottolinea, «a causa del mescolamento degli affetti con le idee complesse e le esperienze personali» noi esseri umani «fatichiamo a immaginare che gli affetti possano esistere indipendentemente dai contesti mentali di ordine superiore nei quali si rendono disponibili» (J. Panksepp, L. Biven, 2012, p. 21). Infatti, «se crediamo che la coscienza sia un singolo tipo di processo cerebrale, possiamo facilmente concludere che gli animali sono non-consci». Tale è, ad esempio, la posizione di quelli che assumono che «la coscienza è basata sul […] linguaggio e le capacità di ragionamento logico/astrattive della mente umana». Queste posizioni, scrive Panksepp, «falliscono semplicemente nel differenziare tra le forme di coscienza primaria e terziaria», ossia non distinguono una coscienza affettiva da una coscienza cognitiva (J. Panksepp, 2005, p. 10). I processi cognitivi ed emotivi, infatti, «sono diversi sia funzionalmente che anatomicamente» (J. Panksepp, J. B. Panksepp, 2000, p. 116). Le cognizioni sono quelle funzioni cerebrali di elaborazione dell’informazione che sono essenzialmente connesse ai portali sensoriali-percettivi della mente, mentre le emozioni grezze e gli affetti rispecchiano alcuni dei più importanti principi di organizzazione interna del cervello. Ci sono, inoltre, delle differenze neurofisiologiche rilevanti tra i più importanti territori dell’elaborazione cognitiva (ossia l’asse talamico-neocorticale) e quelli arricchiti dall’elaborazione emotivo-affettiva, tra cui la frequenza di scarica dei neuroni. Infatti, i terreni cognitivi-somatici sono ricchi di neuroni con scariche molto elevate mentre quelli affettivi-viscerali abbondano di neuroni più lenti nello scaricare. Oltre a ciò non c’è un’area nella corteccia o nel talamo che si può stimolare in modo da ottenere regolarmente la stessa cognizione o la stessa attenzione più e più volte. Da ciò si può trarre che l’ampio spazio computazionale della nostra corteccia è assolutamente vuoto di contenuti psicologici alla nascita e in pratica tutto quello che arriviamo a sapere è appreso.
L’identificazione della coscienza con la cognizione è implicita nella teoria della rilettura, pertanto, «se si crede che la coscienza sia sempre cognitiva, allora gli affetti devono essere a loro volta qualcosa di cognitivo. Secondo le teorie della rilettura, la coscienza affettiva non può emergere dalle funzioni delle regioni più profonde del cervello che generano i cambiamenti fisiologici e i comportamenti emotivo-istintivi, perché questi sostrati profondi sono non-cognitivi e devono per questo essere intimamente inconsci» mentre «se si accettano i sentimenti affettivi come una forma fondamentale di coscienza, vi sono molti modi di distinguere quegli stati mentali da quel tipo di elaborazione dell’informazione che costituisce la coscienza cognitiva, fondamento della razionalità umana» (J. Panksepp, L. Biven, 2012, p. 14).
Aggiunge lo studioso: «molti altri credono che le emozioni, anzi i sentimenti affettivi, possano essere dinamicamente di natura inconscia. Forse, ma solo se i sentimenti sono negati o repressi da attività cognitive eccessive: una disposizione comune della mente umana che può in qualche misura inibire il tumulto emotivo sottocorticale» (Ivi, p. 148). Le emozioni non sono inconsce perché non sono scevre da esperienze, ma queste esperienze non sono di tipo cognitivo: «si prova qualcosa a essere in uno stato emotivo primitivo. Si tratta di esperienze affettive grezze – stati fenomenici speciali della mente, una categoria unica di qualia, che sorge dalle fondamenta della mente conscia». Pertanto, «possiamo ora essere sicuri che gli altri mammiferi facciano esperienza delle loro eccitazioni emotive – benché, non diversamente dai neonati umani, la maggior parte di loro possa non avere consapevolezza riflessiva di tali esperienze» (Ivi, p. 459), «tali sentimenti creano una forma energetica di coscienza – piena d’intensità affettiva – che noi chiameremo coscienza affettiva» (Ivi, p. 13).

Gradi di coscienza
Esistono delle emozioni più elaborate, di tipo superiore. Queste sono costruite socialmente ma sorgono da dinamiche affettive più primitive intrecciandosi, tramite l’apprendimento, alle capacità cognitive. Tali emozioni, come la gelosia o la dominanza sociale, sono emozioni miste. Ciò non toglie però che la nostra esperienza grezza, fenomenicamente affettiva, e la nostra consapevolezza riflessiva cognitiva siano due tipi di processi mentali diversi.
Schematizzando, Panksepp afferma che le esperienze possono essere di tre tipi:
– «anoetica»: coscienza di processo primario, automatica e non riflessiva;
– «noetica»: coscienza basata sull’apprendimento e sulla conoscenza;
– «autonoetica»: coscienza generata dalla nostra capacità di viaggiare nella nostra stessa mente (J. Panksepp, L. Biven, 2012, p. 15).
Le prime fonti di esperienze sono sentite nel cervello, in quanto varietà emotiva, omeostatica e sensoriale e sono le prime fonti di coscienza anoetica, senza cognizione: sono «sentimenti grezzi sensori/percettivi» e le «esperienze interne emotive/motivazionali» (J. Panksepp, 2005, p. 3).
Le esperienze emotive noetiche sono quelle legate alla conoscenza fattuale, all’apprendimento, alle cause di tali fatti e alla memoria di ciò che ci succede. Tale coscienza secondaria «può riflettere la capacità di avere pensieri sulle esperienze, specialmente su come gli eventi esterni si riferiscano agli eventi interni». Va notato che «nonostante gli animali sicuramente non pensano alle proprie vite linguisticamente, possono pensarci in termini di immagini percettive» (Ivi, p. 3). L’integrazione cervello-mente, che avviene attraverso la memoria e l’apprendimento, è profondamente non-conscia, ciononostante è il fondamento della coscienza noetica. Infatti, «l’apprendimento è un processo automatico inconscio che rafforza e affina la nostra tendenza naturale a impegnarci nel mondo in modi sempre più sottili, man mano che la nostra mente matura. Gli affetti, d’altra parte, non sono mai inconsci. Inizialmente, sono anoetici, cioè senza conoscenza; ma diventano rapidamente noetici, vale a dire segnati dall’imprinting delle opportunità offerte dall’ambiente, che costituiscono l’inizio della conoscenza» (J. Panksepp, L. Biven, 2012, p. 149). È da notare che «molti ricordi emotivi negli esseri umani sorgono senza la consapevolezza delle loro cause, ma questo non significa che gli affetti che li accompagnano non siano esperiti. Infatti, sebbene le ragioni cognitive dei cambiamenti nei sentimenti possano essere tipicamente inconsce (forse recuperabili con la psicoanalisi), i sentimenti di per sé non lo sono. Dato che l’affetto è una forma di coscienza fenomenica, i sentimenti esperiti non dovrebbero essere ritenuti inconsci, sebbene le loro cause possano essere cognitivamente impenetrabili» (Ivi, pp. 221-222).
È solo a livello neocorticale che troviamo le esperienze emotive autonoetiche, che corrispondono, come scrive Panksepp, alla «nostra abilità di viaggiare nel tempo ed essere in grado di guardare in avanti e indietro nelle nostre menti»: sono le emozioni legate alle riflessioni su di noi nel mondo, sugli ideali e per tanto sono più sensibili alla cultura e alla società delle altre conoscenze (Ivi, p. 15). Le esperienze emotive autonoetiche sono esperienze che originano dai nostri affetti primari ma vengono plasmate dall’apprendimento, dalla memoria e dalle nostre riflessioni cognitive: sono quindi le esperienze emotive consce, cognitive e legate al nostro vissuto. Tale coscienza di forma terziaria, che include «pensieri sui pensieri» e «consapevolezza della consapevolezza», è in gran parte «unicamente umana» dal momento che «richiede tessuti neocorticali estesi che permettono trasformazioni simbolico-linguistiche di semplici pensieri ed esperienze ricordate» (J. Panksepp, 2005, p. 3).


Bibliografia:

  • Panksepp J., 1998, Affective Neuroscience: The Foundations of Human and Animal Emotions, Oxford University Press.
  • Panksepp J., Panksepp J. B., 2000, The seven sins of evolutionary psychology, in «Evolution & Cognition», 6, pp. 108-131.
  • Panksepp J., 2005, Affective consciousness: Core emotional feelings in animals and humans, in «Consciousness & Cognition», 14, pp. 19-69.
  • Panksepp J., Biven L., 2012, The Archeology of Mind. Neuroevolutionary Origins Of Human Emotions, New York, W.W. Norton & Company (tr. it. Archeologia della mente. Origini neuroevolutive delle emozioni umane, Milano, Cortina, 2014).

Tomas CiprianiIl sito è stato creato ed è gestito, nei contenuti e nella parte grafica, da Tomas Cipriani, laureato in filosofia morale alla Sapienza di Roma e appassionato di neuroscienze e neurofilosofia.

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