I sistemi emotivi: PANICO/SOFFERENZA

Panico/sofferenzaIl sistema del panico/sofferenza (panic/grief) è fortemente legato a quello della cura e ne rappresenta l’altro aspetto: quello della separazione. I meccanismi dell’ansia da separazione sono in grado di «aprire le porte alla sofferenza umana» e la sua attivazione è così coinvolgente da renderlo, insieme al sistema della ricerca, uno dei sistemi emotivi più potenti (J. Panksepp, L. Biven, 2012, p. 338). Gli esseri umani creano lentamente legami sociali molto profondi già dopo la nascita. Quando tali legami sono saldi e sicuri, questi alimentano la salute psicologica degli esseri umani per tutta la vita. La separazione genera sentimenti di desolazione e infelicità, mentre il ricongiungimento genera un senso di conforto e sicurezza, forse grazie al rilascio delle sostanze del sistema della cura. Tale dolore non è assimilabile ad altri dolori fisici e, benché generi un senso di panico, questo non ha molto a che vedere con il sistema della paura, perché sono diversi i circuiti neurali ed è diversa la reazione. Alcuni studi mostrano come l’attivazione prolungata del sistema della sofferenza possa indurre disturbi cronici dell’umore e inibire persino l’entusiasmo generato dal sistema della ricerca.
Come si è visto, gli oppioidi cerebrali, insieme all’ossitocina, vengono secreti quando gli animali e le persone si toccano (via tattile) e creano legami sociali. Tali sostanze creerebbero, dice Panksepp, una dipendenza simile a quella generata da alcuni stupefacenti.
Vivere in società aumenta la possibilità di sopravvivenza di tutte le specie sociali e ciò potrebbe spiegare in modo evolutivo l’origine di questo sistema che, come gli altri sistemi emotivi, è infatti innato. Tale osservazione contrasta con una lunga tradizione della psicologia comportamentista che vede l’attaccamento sociale legato alla soddisfazione dei bisogni fisici e appreso attraverso rinforzi e ricompense. Con i dati riportati da Panksepp, viene messo in luce che la socialità è un bisogno innato. Questo bisogno è così forte che, come hanno dimostrato numerosi studi condotti su animali ed esseri umani, crescere animali ed esseri umani soddisfacendo unicamente i loro bisogni corporei non evita quella che è stata indicata come sindrome “del ritardo di crescita” dovuta alla mancanza di contatti affettivi: i bambini cresciuti con scarsi contatti sociali hanno mostrato non solo incapacità a relazionarsi ma dei veri e propri ritardi cognitivi (J. Panksepp, L. Biven, 2012, p. 347).
Il sistema della sofferenza genera una forte dipendenza nei giovani animali per poi diventare meno reattivo a partire dalla pubertà, soprattutto nei maschi, e questo sembra chiamare in causa la secrezione del testosterone. Ma anche se gli esseri umani adulti risultano meno propensi ad esternazioni come il pianto per la separazione, restano ancora fortemente vulnerabili alla tristezza della perdita di una persona amata.
Come per le altre emozioni, le influenze di questo sistema emotivo sono ampliate dall’apprendimento e dal condizionamento. Ciò arriverebbe addirittura a spiegare la tendenza ad amare persone che assomigliano ad altre già amate o a fare attività che si sono fatte con persone che sono care, fino alla ricerca degli odori e dei suoni che si sono vissuti nell’infanzia. Questa, infatti, rappresenta il periodo in cui la neocorteccia e le funzioni cognitive superiori non hanno ancora raggiunto una piena maturazione e un controllo stabile sulla mente e sulle emozioni. Lo sviluppo neocorticale e l’emergere di molte funzioni cerebrali superiori tendono, difatti, a inibire i processi sottocorticali. Nell’infanzia, pertanto, si informano, educano e formano anche quelle che saranno le funzioni superiori ed è, perciò, in questa fase che gli esseri umani o gli animali, soggetti a esperienze estreme, possono sviluppare un aumento o una diminuzione della sensibilità nei circuiti emotivi limbici. Numerosi studi hanno dimostrato che i bambini che hanno avuto scarsi legami sociali non sono stati in grado neppure di sviluppare queste capacità in seguito.
Il sistema di panico/sofferenza non è riconducibile al sistema della paura. Infatti i due sistemi sono supportati da diverse strutture cerebrali, sono controllati da sostanze chimiche diverse e quindi hanno anche diverse reazioni rispetto ai farmaci; inoltre generano diverse reazioni autonomiche: il sistema della paura provoca tensione, aumento del battito cardiaco, sudorazione e disturbi gastrointestinali mentre il sistema della sofferenza provoca oppressione, che è accompagnata da debolezza.
Il sistema della sofferenza identificato da Panksepp è un sistema che, nella sua complessità e nei suoi stati emotivi, mostra quanto sia profonda la natura sociale di molti organismi. Profonda perché sedimentata, nei circuiti cerebrali, dall’evoluzione.

Dal punto di vista anatomico, il sistema della sofferenza coinvolge la zona del grigio periacqueduttale (PAG), regioni del mesencefalo, il talamo dorsomediale, l’area settale ventrale, l’area preottica dorsale e i siti del nucleo del letto della stria terminale: tutte regioni sottocorticali. Uno studio condotto da B.P. Bejiani e altri collegi nel 1999, e citato da Panksepp (J. Panksepp, L. Biven, 2012, p. 351), mostra che la stimolazione elettrica nei circuiti neurali della sofferenza, negli esseri umani, provoca un intenso stato di disperazione depressiva che cessa al venir meno della stimolazione. Panksepp ipotizza che il sistema della sofferenza si sia evoluto dai circuiti primitivi del dolore, nel tronco encefalico, infatti, sia le reazioni del sistema della sofferenza che quelle dei sistemi di paura e collera sono generate dai settori dorsali del PAG, che è coinvolto nell’intensità affettiva del dolore fisico. Inoltre sia il dolore fisico che quello della separazione vengono ridotti dagli oppiacei (J. Panksepp, 2003).
Dal punto di vista chimico, ci sono tre neuropeptidi principali e molti neuropeptidi minori in grado di ridurre la sofferenza. I primi neuropeptidi, e i più forti, sono gli oppiacei endogeni che, nella loro forma farmacologica, possono dare assuefazione; insieme a questi troviamo l’ossitocina e la prolattina. Come abbiamo visto, l’ossitocina e la prolattina sono presenti anche nel sistema di cura.
Panksepp afferma che le relazioni sociali positive avrebbero una parabola simile alla dinamica della dipendenza da oppiacei: entrambe prevedono un periodo iniziale con una potente reazione di piacere euforico, seguito da una diminuzione del piacere a causa dell’assuefazione/abitudine. Sia nell’interruzione dell’assunzione della sostanza che in quello della separazione viene esperito un forte dolore. Panksepp ha inoltre ipotizzato la correlazione tra i meccanismi di attaccamento sociale e la tendenza a dipendere da stupefacenti. A tale riguardo, studi dimostrano che le attività sociali positive riducono la probabilità di diventare dipendenti da sostanze che generano dipendenza come cocaina e oppiacei.
Quando il sistema della sofferenza è attivo, altre sostanze cerebrali diventano maggiormente attive, come ad esempio i neuropeptidi dello stress, come la corticotropina (CRF). Questo ormone provoca il rilascio di un altro ormone, l’adrenocorticotropo (ACTH) e quest’ultimo il rilascio del cortisolo. Per Panksepp, il rilascio del cortisolo in seguito allo stress dovuto all’ansia di separazione potrebbe essere spiegato considerando il ruolo dell’ippocampo. Questo, infatti, ha numerosi recettori del cortisolo ed è responsabile dei ricordi episodici con relazioni spaziali. La spiegazione che Panksepp dà, è che in seguito allo stress da separazione, il cortisolo potrebbe sviluppare il ricordo di luoghi più rassicuranti o consolidare tali ricordi. Il cortisolo, inoltre, blocca la produzione di ACTH interrompendo la reazione e se questo processo degenera e la reazione non viene bloccata, si hanno casi di stress cronici con gravi effetti cerebrali. Uno degli effetti, ad esempio, è l’esaurimento di altre sostanze chimiche come la norepinefrina (NE), la serotonina e la dopamina (DA) e questo, per Panksepp, potrebbe spiegare il sorgere della depressione. Quindi Panksepp si spinge a suggerire, in ambito psicologico e psichiatrico, una correlazione tra la depressione clinica e il deficit di piacere del cervello legato alla ipersensibilizzzione del sistema della sofferenza.


Bibliografia:

  • Panksepp J., 1998, Affective Neuroscience: The Foundations of Human and Animal Emotions, Oxford University Press.
  • Panksepp J., Biven L., 2012, The Archeology of Mind. Neuroevolutionary Origins Of Human Emotions, New York, W.W. Norton & Company (tr. it. Archeologia della mente. Origini neuroevolutive delle emozioni umane, Milano, Cortina, 2014).

Tomas CiprianiIl sito è stato creato ed è gestito, nei contenuti e nella parte grafica, da Tomas Cipriani, laureato in filosofia morale alla Sapienza di Roma e appassionato di neuroscienze e neurofilosofia.

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