I sistemi sottocorticali e le emozioni

È possibile, scrive Panksepp, «evocare pattern distinti di azioni emotive stimolando regioni specifiche del cervello degli animali e […] ognuna delle emozioni di processo primario così evocata è accompagnata da stati affettivi negativi o positivi che possono essere monitorati in maniera oggettiva mediante compiti di apprendimento» (J. Panksepp, L. Biven, 2012, p. 51). Queste regioni specifiche sono quelle sottocorticali e rappresentano le aree più profonde del cervello. Ciò riceve una prova fondamentale dagli studi in cui si è operata chirurgicamente la decorticazione: ratti privati di corteccia mostrano una vita affettiva normale, così come normali appaiono le loro risposte in seguito alle interazioni con i conspecifici. Lo stesso è stato osservato nei «bambini nati senza emisferi cerebrali (sono cioè anencefalici)», i quali «non raggiungeranno il pieno sviluppo intellettuale, ma potranno maturare al punto di essere dei bambini affettivamente attivi se sono cresciuti in un ambiente prospero e socialmente coinvolgente» (Ivi, pp. 14-15). Inoltre, «quando gli esseri umani hanno delle forti esperienze affettive, le regioni corticali superiori tendono a rimanere inattive» (J. Panksepp, J. B. Panksepp, 2000, p. 115). Tali studi mostrano empiricamente che la neocorteccia non è necessaria per la generazione dei processi emotivi primari. Per questo, come vedremo più approfonditamente, cadono anche le varie teorie della rilettura, o della retroazione, che ritenevano l’interazione con la neocorteccia necessaria all’esperienza affettiva. Questo punto è importante perché solo nelle funzioni corticali superiori si ha la divergenza tra i mammiferi.

Sistemi sottocorticali
I sistemi sottocorticali presentano omologie tra tutti i mammiferi e da questi sistemi, come abbiamo detto, originano e sono mediate le emozioni di base. Pertanto, tali sistemi possono essere identificati come «sistemi emotivi nel cervello» (J. Panksepp, 1998, p. 41). Panksepp descrive questi sistemi come sistemi di «comando» (command), di «esecuzione» (executive) od «operativi» (operating). Come sistemi di comando perché «un circuito può dare inizio a un processo emotivo completo». Come esecutivi perché «un sistema neurale ha un ruolo di super-ordinatore nella cascata di controlli gerarchici». E come sistemi operativi perché possono «coordinare e sincronizzare l’operazione di vari sottosistemi». Ogni sistema «è composto di una rete anatomica di neuroni e influenze endocrine, paracrine e immunologiche interconnessi» (Ivi, p. 49).
Panksepp identifica almeno sette sistemi sottocorticali distinti, benché i controlli in questi sistemi si sovrappongano. Questi sistemi sono: ricerca/attesa, collera, paura, desiderio sessuale, cura, panico/sofferenza, gioco. Lo studioso sottolinea che i nomi utilizzati per indicare i sistemi emotivi non corrispondono agli omonimi sentimenti così come sono intesi comunemente, difatti, non c’è nessuna definizione verbale scientificamente adeguata alle emozioni del processo primario. I sistemi emotivi identificano, come si è detto, una circuiteria neurale in cui si originano stati affettivi e comportamenti automatici; per distinguerli dai sentimenti comuni, Panksepp utilizza una scrittura in maiuscoletto. Importante è notare che la nomenclatura cambia perché cambia la prospettiva: il punto di partenza non è il sentimento espresso verbalmente che deve essere ricercato a livello neurale, ma è l’identificazione dei circuiti neurali in cui si si originano gli stati affettivi ad avere la precedenza e a dover richiedere una denominazione specifica.
Panksepp identifica dei criteri per definire tali circuiti emotivi. I circuiti, scrive Panksepp, «sono geneticamente predeterminati e disegnati per rispondere incondizionatamente agli stimoli emergenti dalle circostante della vita maggiormente rilevanti», quindi sono ereditati geneticamente e rispondono a circostanze vitali; «questi circuiti organizzano diversi comportamenti attivando o inibendo i sottoprogrammi motori e i cambiamenti autonomici-ormonali concorrenti che sono stati provati come adattativi durante la storia evolutiva delle specie», pertanto generano cambiamenti fisici e tendenze comportamentali che sono risposte adattative. In questo processo «i circuiti emotivi cambiano le sensibilità dei sistemi sensori che sono rilevanti per le sequenze comportamentali che sono state elicitate», quindi i circuiti emotivi interagiscono profondamente con i sistemi sensoriali e «l’attività neurale dei sistemi emotivi dura oltre le circostanze contingenti». Inoltre, «i circuiti emotivi possono finire sotto il controllo condizionale degli stimoli ambientali emotivamente neutrali». Infine, «i circuiti emotivi hanno una interazione reciproca con i meccanismi del cervello che elaborano i processi per la superiore presa di decisione e coscienza». A questi criteri Panksepp ne aggiunge un altro di grande importanza: «i circuiti emotivi devono essere in grado di generare sentimenti emotivi» (J. Panksepp, 1998, pp. 48-49). Bisogna notare che «i sette criteri di Panksepp non sono condizioni strettamente necessarie e sufficienti. Sono criteri che permettono una certa flessibilità e imperfezione, e così anche indeterminatezza, quando e se un circuito neurale elabora un’emozione di base» (L. C. Charland, 2002, p. 520).
I sistemi sottocorticali generano cambiamenti fisici, tendenze comportamentali e stati affettivi, pertanto i sentimenti «non sono semplici eventi mentali» ma sono piuttosto originati da eventi neurobiologici, emergono quindi da eventi materiali (a livello neurale) che «mediano e modulano la profonda natura istintiva di molte tendenze ad agire di umani e animali» (Ivi, p. 222). In tal senso, le emozioni sono una proprietà di antiche reti sottocorticali del cervello in azione, infatti «la funzione centrale dei sistemi emotivi è di coadiuvare molti tipi di processi comportamentali e fisiologici nel cervello e nel corpo. In aggiunta, l’attivazione di questi sistemi cerebrali è accompagnata da stati di sentimenti esperiti soggettivamente che possono fornire dei modi efficienti di guidare e sostenere pattern di comportamenti, così come mediare certi tipi di apprendimento» (J. Panksepp, 1998, p. 15).
Le capacità affettive sono emerse attraverso la selezione in quanto sono modi efficaci di vivere e riprodursi; sono, quindi, risposte che si sono sedimentate nel corso della storia naturale che le ha rese ereditarie. È presumibile che «varie sfide ambientali siano state così persistenti durante l’evoluzione del cervello che le tendenze psicocomportamentali di risposta a tali sfide sono state codificate come circuiti neurali emotivi all’interno del cervello dei mammiferi» (J. Panksepp, 1998, p. 50). I sistemi emotivi dei processi primari non dipendono, pertanto, dall’apprendimento e sono indipendenti da qualsiasi esperienza. Le emozioni sono adattamenti che si sedimentano non solo all’interno della storia naturale, ma anche culturale, sociale e cognitiva. Tali adattamenti hanno portato dei vantaggi alle specie che li hanno trasmessi in eredità ma non sono progressi rispetto ad una perfezione: sono frutto di variazioni casuali ed ereditabili che si sono rivelate vantaggiose rispetto ad un contesto naturale, sociale e culturale determinato. In altre parole, «la crescita del nostro cervello non è stata semplicemente guidata dalla selezione naturale ma anche dalle nostre selezioni sociali, così come dalla nostra abilità di selezionare e costruire nuovi ambienti in cui vivere» (Ivi, p. 327). È da notare che «mentre l’evoluzione dei sistemi sottocorticali ha richiesto molto tempo, nel corso dell’evoluzione, l’espansione della corteccia è stata definitivamente più rapida, guidata probabilmente da un numero ristretto di cambiamenti dei regolatori genetici» (J. Panksepp, J. B. Panksepp, 2000, p. 116).
I circuiti delle emozioni di base fanno parte di quegli strumenti che sono forniti dalla natura e che vengono ereditati, ma «la loro capacità di cambiare permanentemente il corso della vita e le personalità degli organismi dipende dai fattori socioambientali (nurturance)» (J. Panksepp, 1998, pp. 16-17). In termini scientifici, tutto ciò rientra nel concetto di epigenesi. Quest’ultima, dice Panksepp, «descrive i modi in cui le esperienze possono cambiare i pattern di espressione genica per consentire la creazione di molti tratti individuali. L’epigenesi non è una mutazione, la quale è invece un cambiamento fisico nei geni con cui siamo nati. L’epigenesi è un cambiamento dipendente dall’esperienza che avviene nei geni, tipicamente dopo la nascita» (J. Panksepp, L. Biven, 2010, p. 260). Al di là delle complessità che sottostanno ai meccanismi molecolari, Panksepp sottolinea come la plasticità del cervello che emerge dall’esperienza non sia concettualmente del tutto differente dai cambiamenti che vediamo nei nostri corpi in funzione dell’uso: così come gli esercizi rinforzano e accrescono i nostri muscoli, ma non ne creano di nuovi, allo stesso modo l’esperienza è più influente nel cambiare le espressioni quantitative dei sistemi neurali, piuttosto che la loro natura essenziale. Per questo, pur non esistendo ancora una teoria affettiva unificata, Panksepp rifiuta il riduzionismo al meccanismo neurale. Infatti la sola considerazione del meccanismo neurale non solo tralascia l’importanza dell’esperienza generata, ed è questa esperienza a esprimere il valore evolutivo di tali affetti, ma perde anche di vista quei fattori socioambientali che sono fondamentali nello sviluppo di tali sistemi emotivi.


Bibliografia:

  • Panksepp J., 1998, Affective Neuroscience: The Foundations of Human and Animal Emotions, Oxford University Press.
  • Panksepp J., Panksepp J. B., 2000, The seven sins of evolutionary psychology, in «Evolution & Cognition», 6, pp. 108-131.
  • Panksepp J., Biven L., 2012, The Archeology of Mind. Neuroevolutionary Origins Of Human Emotions, New York, W.W. Norton & Company (tr. it. Archeologia della mente. Origini neuroevolutive delle emozioni umane, Milano, Cortina, 2014).

Tomas CiprianiIl sito è stato creato ed è gestito, nei contenuti e nella parte grafica, da Tomas Cipriani, laureato in filosofia morale alla Sapienza di Roma e appassionato di neuroscienze e neurofilosofia.

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